La boxe come strumento educativo nel Q3 di Firenze.

Quante volte ci è capitato di vedere adolescenti pieni di rabbia, che non sapendo gestire e comprendere questa emozione primaria si sono lasciati andare a gesti aggressivi e lesivi per se stessi e per gli altri?
Partendo dalla consapevolezza che il corpo cambia e si riempie di una forza nuova, apparentemente incontrollabile, e dallo spaesamento inquietante di fronte alla sfida di diventare adulti, le educatrici di strada del Quartiere 3 propongono un percorso educativo che muova proprio da questa consapevolezza: la mia forza e la mia rabbia contro un mondo che mai come adesso appare ostile e indifferente possono essere incanalate, non per distruggere, ma per creare sport, bellezza, gruppo, amicizia.
L’esperimento non è nuovo e vanta precedenti illustri ad ogni latitudine e luogo del mondo: lo stesso Mike Tyson è stato iniziato alla boxe da un educatore/allenatore del carcere minorile in cui fu collocato per una rissa contro i bulli, finiti poi tutti in ospedale, che lo deridevano per il suo peso e per il suo amore per i piccioni (ebbene sì, Mike Tyson era un nerd!). Il suo educatore successivamente lo adotterà e farà le veci di una famiglia di cui purtroppo il celeberrimo boxer non beneficiò da bambino (padre ignoto, madre alcolizzata).
Dalle Vele di Scampia alle periferie milanesi, dagli slums di Nairobi ai ghetti di New York, passando dai niños de rua di Rio de Janeiro, questa metodologia pedagogica viene utilizzata trasversalmente a tutte le culture del mondo, soprattutto con ragazzi difficili, per storie familiari e percorsi devianti personali, o laddove i contesti sociali favoriscano, in assenza di aggregazioni positive, il formarsi di baby gangs dall’impatto disastroso, tanto sulla comunità quanto sui membri delle stesse gang.

Perché la boxe?

Spesso, in situazioni di stress o di paura, i ragazzi tendono ad agire senza pensare troppo, senza ascoltare cosa sta succedendo in quel momento dentro e fuori di loro: in questi momenti capita che si verifichino fatti le cui conseguenze sono spesso molto difficili e faticose per tutte le persone coinvolte. Elaborare, interiorizzare, esaminare esperienze e vissuti comporta un livello di coscienza e percezione di sé troppo elevato per il target adolescenziale.

Al contrario, utilizzare strumenti che consolidino l’esperienza in contesti educativi, permettendone la rielaborazione, aiuta a raggiungere quei livelli emotivi e di consapevolezza che andranno a consolidare l’identità del ragazzo che li agisce.
La boxe (da box: colpo in inglese) è un mezzo attraverso cui si può imparare ad esprimere e regolare la violenza; una violenza che ha un luogo, un tempo e delle regole definite, che viene addomesticata e controllata perché si esprime nella dialettica della sfida e della relazione, entro il rispetto dell’equità (peso corporeo, esperienza, capacità). E dentro questa relazione, il maestro e gli atleti si fanno custodi del rispetto di questo dialogo a due, garantendo che il più forte non approfitti del più debole, né che il più debole approfitti dell’autocontrollo del più forte.
Durante la pratica della boxe si sviluppano quelle che George Simmel chiama “sociabilità” (insieme di relazioni sociali e affettive, vissuti, che legano l’individuo ad altri individui, tramite scambi interpersonali o di gruppo), ovvero processi puri di associazione che hanno in sé stessi il proprio fine. Altro tema importante riguarda le regole: la loro costruzione, il loro senso e la condivisione. La boxe è uno sport con poche regole ma ben definite, comprensibili a chiunque. Alcune di esse fanno parte della disciplina in sé, utili allo svolgimento dell’attività, altre si costruiscono tra gli atleti. Sono quelle regole non scritte che consentono l’autoconservazione dei corpi e delle menti: sono regole del gruppo. Proporre la boxe come strumento educativo significa proporre un’alternativa, uno spazio in cui investire tempo ed energie per una disciplina che consente di affrontare tematiche quali la propria rabbia, il rispetto, il limite e le regole, la possibilità di mettersi alla prova, di dimostrare “quanto si vale”, di sentirsi fieri di sé, di superare un proprio limite e di sentirsi un po’ più pronti a superarne un altro. La boxe ha una funzione deterrente nell’utilizzo della violenza perché chi la pratica sa cosa significa fare male ad un’altra persona, ne ha esperienza e quindi consapevolezza. La boxe è uno sport che richiede la presenza di compagni per potersi allenare e per migliorare. Il compagno è colui che fa fatica quanto me, per cui ci sosteniamo reciprocamente; contemporaneamente è il corpo contro cui mi scontro, che imparo a conoscere e rispettare quanto il mio. Si impara che non si può vincere sempre, che a volte nella vita bisogna saper incassare e sapersi rialzare per andare avanti, imparando dalla propria sconfitta per continuare a migliorarsi.

Obiettivi della boxe come strumento educativo

In sintesi, le abilità psicosociali (o life skills) che la boxe come strumento educativo consente di sviluppare sono:
✔ Sviluppo delle fondamentali competenze e tecniche pugilistiche e di autodifesa, soprattutto per le ragazze in un’ottica di consapevolezza di genere e contro la violenza maschile;
✔ Attenzione alla cura di sé, del proprio corpo e della propria salute, inclusi gli aspetti riguardanti la resistenza agli allenamenti, l’alimentazione e la cura dell’igiene personale;
✔ Approfondimento e condivisione di tematiche educative connesse a specifici vissuti interiori quali: la violenza, la rabbia, l’aggressività, la paura;
✔ Creazione di uno spazio in cui poter esprimere le proprie emozioni, anche quelle che vengono definite negative dal contesto sociale allargato;
✔ Sviluppo di aspetti quali la disciplina e l’autocontrollo, lo spirito di squadra e la collaborazione tra compagni;
✔ Sviluppo di autoefficacia, sicurezza in sé, capacità di fare e sopportare fatica;
✔ Sviluppo e rinforzo della capacità di incontrare i propri limiti e confrontarsi con essi;
✔ Sviluppo di autocontrollo e capacità autoriflessiva.
A tali scopi sono stati individuati una coppia di allenatori, un uomo e una donna, che hanno fondato una palestra popolare intitolata al giovane partigiano fiorentino Enrico “Gogo” Rigacci, che prevede il libero accesso con una quota associativa a seconda delle capacità economiche del singolo atleta, fuori da circuiti sportivi commerciali spesso troppo cari per ragazzi provenienti da situazioni economiche familiari sfavorevoli.
Giordano e Aida, questi i loro nomi, sono stati scelti proprio perché per primi hanno compiuto un percorso trasformativo di rielaborazione di vissuti dolorosi e di autoeducazione attraverso la boxe, in modo che la restituzione agli altri di tale disciplina non si basi su un processo bottom up, ma su una peer to peer education, cioè un’educazione fra pari che favorisca un passaggio fluido di competenze, tecniche ed emotive, a partire dall’esperienza vissuta in prima persona. Un valore aggiunto non trascurabile.
Al momento gli allenatori sono venuti a conoscere i ragazzi e a sondare il loro entusiasmo e la loro adesione all’iniziativa, che è risultata particolarmente significativa sia al Galluzzo, in particolare fra le ragazze del gruppo informale presente, che fra i ragazzi di Piazza Elia dalla Costa.

Il primo round è iniziato, il match è ancora tutto da disputare!
Stay tuned, stay up, stay strong!

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